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L’ascolto è una delle basi fondamentali del nostro essere al mondo, della relazione che
noi abbiamo con noi stessi prima di tutto, e con gli altri.
Nel Metodo Feldenkrais ci riferiamo all’ascolto del corpo attraverso il movimento e il contatto: ascoltare il proprio corpo, il proprio movimento, riconoscere il proprio essere simili e differenti dagli altri. Come capire, come toccare nel modo adeguato, come appoggiare le mani, come staccare le mani: sentire, ascoltare e rispettare. E’ importante non avere idee preconcette e fare ciò di cui l’altro ha bisogno. Ma di che cosa l’altro ha bisogno?
Non è facile spiegare esattamente quello che si fa nel corso di una
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Integrazione Funzionale® del
Metodo Feldenkrais®,
ma vorrei tentare di descrivere almeno il primo approccio raccontandovi la storia di
Elisa, una musicista.
Si è presentata così: "suono la viola in una orchestra, durante le prove spesso sento dolore alla spalla, ho anche una fitta tra la scapola e la colonna vertebrale ed il mio respiro è incompleto." Mentre l'ascolto la guardo e le chiedo cosa pensa che io possa fare per lei. Risponde che vorrebbe non avere più questa tensione e questi dolori. Le rispondo che posso provare ad aiutarla ad ascoltarsi, a sentire, a trovare un modo di muoversi che le piaccia di più e che le consenta di fare quello che desidera con maggiore libertà. Non sono direttamente una persona che |
fa passare i dolori, credo che in fondo il
dolore sia uno dei mezzi che il nostro organismo utilizza per mettersi in contatto con noi
chiedendo aiuto. Guardandola mentre mi parlava a volte
la mettevo a fuoco a volte no, così che mi apparivano chiare le parti di lei che si muovevano
e quelle che partecipavano meno. Era evidente in lei la grande motilità delle dita, delle
mani e degli occhi, il respiro veloce e poco profondo.
Dopo aver guardato il movimento globale della persona attraverso uno sguardo soffice, si
percepisce il movimento dell'altro nella totalità e nel particolare, come una figura che
esce dalla nebbia e piano piano diventa sempre più definita: il suo incedere era sicuro,
i talloni toccavano il pavimento in modo netto, ma tra il bacino e le costole
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qualcosa si
perdeva, come se non fosse chiaro il passaggio del movimento.
E' stato a questo punto che
ho avuto bisogno dell'ausilio delle mani. Mentre era ferma in piedi, lievemente, ho
appoggiato le mie mani sui suoi polpacci e poi nella piega dietro le ginocchia, ho spinto
leggermente il dorso delle mie dita in avanti per invitare le ginocchia a piegarsi: non
avevano tanta voglia di farlo. Le sue gambe erano solide e forti
come due colonne, ma non si piegavano. Con le mani potevo aiutare l'articolazione delle
ginocchia a ricordare che aveva la possibilità di diventare come una morbida molla.
Ho posto le mie mani con il palmo e le dita leggere sotto le scapole, solo per sentire se
il respiro muovesse qualcosa lì.
Ho spostato le mani sul punto della vita, con le dita rivolte in su, un po’ come a formare
un calice, sostenendo il suo respiro in modo che lei potesse percepire le sue piccole
costole fluttuanti e il loro movimento.
Sentivo che non c'era grande libertà
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tra la schiena e le sue costole. L'ho aiutata a prendere
consapevolezza del movimento che il respiro e le sue costole potevano portare alla schiena,
a prendere coscienza
del collegamento che esiste tra la morbidezza delle ginocchia e la capacità di movimento
nella zona lombare e pelvica.
Ascoltandosi profondamente, Elisa ha percepito i propri movimenti, così senza mai fare di
più di quello che lei non si aspettasse il sottile filo che ci legava
era diventato un dialogo continuo, io le prestavo le mie mani ed il mio livello di
consapevolezza perchè lei potesse ampliare e organizzare i suoi
patterns motori. Le mie mani si sono spostate fermandosi per
creare collegamenti quando sentivo che era necessario, staccandosi da lei per dare il tempo
al suo sistema nervoso di accomodare i cambiamenti avvenuti.
Moshe Feldenkrais definisce
l'Integrazione Funzionale®
del suo metodo come una danza leggera e armoniosa in perenne
sintonia con
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un'altra persona.
Le mie mani hanno continuato a
suggerire movimenti seguendo l'idea della funzione
che volevo sollecitare.
Dopo la terza lezione la ragazza è tornata da me dicendo: "Oggi ho suonato facendo quello
che volevo, ho suonato, finalmente, senza che il mio corpo mi fosse di impedimento."
Ascoltando, a volte si mette in luce, in ogni persona, ciò che già possiede e che forse non sa di
possedere.
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Una schiena meno soggetta alla storia personale di Ruthy Alon
"Il cambiamento maggiore si ha nella regione lombare. Una volta eliminata ogni costrizione
tutti affermano di non provare più quel senso di peso e rigidità nella parte bassa della
schiena, mentre il bacino, libero di muoversi, costituisce la naturale continuazione della
colonna vertebrale.[...]
A livello emotivo è come cancellare dalla schiena i segni delle lezioni di sopravvivenza
apprese un tempo e ricordare come si possa tornare innocenti. Non siete più piegati sotto
il peso della vostra storia personale: le spalle non rivelano più le tracce dell'ansia, il
collo non è gravato dalle responsabilità, nella parte alta della schiena non si accumulano
tutte le tensioni[...]. Ora provate, finalmente, cosa significhi non avere più la schiena
imprigionata nell'armatura della lotta.
In questo stato di benessere avete la sensazione di iniziare una nuova vita e di poter
scegliere dall'inizio come volete essere. Questo atteggiamento può riportarvi ad un tempo
molto lontano, antecedente a quello in cui avete adottato delle strategie difensive.
Certuni provano una sensazione di tenerezza accompagnata a vulnerabilità, altri una
sensazione di serenità e di verità interiore.
Poi, quando fate qualche passo per la stanza, sembra quasi che i movimenti serpeggino nel
vostro corpo come un'onda più fluida, più continua del solito. Le piante dei piedi scivolano
sul suolo senza fare rumore. Alcuni si accorgono che ora Possono camminare senza essere
bloccati da alcun dolore."
Tratto da Ruthy Alon, Guida pratica al Metodo Feldenkrais, Red Edizioni, Como 1992; ristampato come Il Metodo Feldenkrais, Red Edizioni, 2007. |
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